Un grazie di cuore a Luca Artioli (collega di blog: scrivere è un tic)
per l'intervista che mi ha fatto e poi pubblicato
sul sito "Salotto Letterario" nella sua rubrica "Pausa Caffè"

Pausa Caffè con Manuela Mazzi
Manuela Mazzi è nata a Locarno (Svizzera) nel 1971. Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con "Il Giornale" di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento "Azione" e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d'esordio è stato "L'angelo apprendista" (2005), quindi ha pubblicato "Un caffè a Kathmandu" (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è "Un gigolo in doppiopetto" (2007).
1. Ciao Manuela, cominciamo innanzitutto a parlare del tuo ultimo libro “Un gigolo in doppiopetto”, dove affronti un tema sociale non certo facile. Ci vorresti accennare brevemente la trama?
In breve il protagonista del mio ultimo romanzo – o meglio, reportage narrativo in quanto ripercorre una storia realmente accaduta – è un gigolo ticinese, che denuncia una losca attività ammettendo di essere stato al servizio di signore attempate della società bene della Lombardia, per conto di un’agenzia illegale di accompagnatori, che ha sede in Svizzera.
È quindi la confessione a presa diretta e raccontata in prima persona da questo giovane ambizioso, che si è trovato a vivere due anni di degrado di sé, attraverso un viaggio nel miraggio di valori distorti, della bella vita, di soldi facili, ma anche di prostituzione e droga.
Quel che è certo, e tengo a sottolinearlo, è che “Un gigolo in doppiopetto” non è il diario di un ragazzo che racconta le sue avventure sessuali. Insomma non c’entra nulla con uno dei diversi diari erotici già in vendita… anche se pure “Un gigolo in doppiopetto” riporta scene “scabrose” tanto da essere riservato preferibilmente a un pubblico adulto. Ma chi è in cerca di un libretto erotico rimarrà deluso: è una storia vera e cruda che racconta di perdita di dignità e del tentativo di recuperarla.
2. Come è stato mettersi nei panni di Max, il protagonista della storia, e rivivere in prima persona la sua disavventura attraverso le pagine del libro?
Non è stato facile. Soprattutto per il fatto di doversi immedesimare in un uomo: non è così semplice per una donna. Mentre il ripercorrere tutto il tragitto cercando di analizzare i lati più oscuri del personaggio da un punto di vista introspettivo è stato il lavoro più bello e intrigante di questo romanzo.
3. Il grande autore americano Don DeLillo scrive: “il bello della vita è che c’è sempre una seconda opportunità…”. È ciò che ci può insegnare un’esperienza come quella raccontata in “Un gigolo in doppiopetto?”
È di certo una delle morali (se proprio vogliamo trovarne una) che si possono attribuire al testo. Anche se preferirei vederlo – a questo proposito – piuttosto come un monito volto a scoraggiare il giovane in cerca di successo a tutti i costi. Tuttavia la mia intenzione voleva essere più che altro quella di scoperchiare una verità troppo spesso non gradita dalla natura omertosa di chi non vuole accettare certe realtà, soprattutto se toccano ambienti altolocati; e non fare una predica, a nessuno...
4. Qual è stata la cassa di risonanza e la reazione che il tuo libro ha saputo suscitare tra gli abitanti del Canton Ticino (e non solo)?
È stato formidabile, soprattutto dopo l’esperienza dei primi due libri che, sebbene avessero avuto il loro riscontro non suscitarono certo tanto interesse. In Ticino, infatti, è stato da subito un boom. Sembravano spinti da una forte curiosità: molti poi mi contattarono per cercare di capire di chi si trattasse, inviti a cena per sondare, telefonate da amici che non sentivo da una vita, e inizialmente tutto grazie a un solo articolo apparso su TicinoOnline, di cui la redazione mi fece sapere che era schizzato in poche ore tra quelli più letti negli ultimi mesi. Così – soprattutto nei primi tempi – quando rientravo alla sera non facevo altro che preparare libri e fatture da portare poi nelle librerie o da spedire a coloro che me li ordinavano via internet. Poco dopo mi ritrovai – navigando per caso nel sito della rete televisiva nazionale – a consultare la lista dei tredici libri più venduti nella Svizzera di lingua italiana, dove con sorpresa c’era anche il mio libro. Ho ricevuto molti complimenti che lasciavano ben sperare in qualche altra recensione di media più “tradizionali”: come quotidiani, radio, tv. Invece con altrettanta mia sorpresa molti miei “colleghi” mi snobbarono: chissà magari a qualcuno questo libro potrebbe aver dato fastidio...
Fuori Ticino invece non è andata così bene, anzi non è proprio andata. E forse per colpa mia. Nel senso che probabilmente concentrandomi troppo sulla mia regione non ho divulgato la notizia dell’uscita del libro in modo sufficiente, anzi. Direi che ho iniziato a inviare qualche copia a un paio di quotidiani italiani solo un mesetto fa… Considerato poi il fatto che non ho contatti in Italia mi riesce ancor più difficile muovermi… Per questo la presente intervista mi fa molto piacere e spero che l’argomento possa interessare a qualche lettore, che a sua volta mi aiuti a divulgare l’esistenza del libro con il tradizionale passa-parola.
5. Hai il pregio di portare avanti un genere letterario di nicchia, come quello del reportage narrativo, trovando sempre spazio e coraggio per la denuncia (ricordiamo, infatti, anche “Un caffè a Kathmandu”). Quanto incide il tuo lavoro di giornalista in questa scelta?
Basti sapere che spesso dico di essere affetta da una grave deformazione professionale… A dirla tutta, scrivere libri mi serve anche per esprimere i pensieri censurati o castrati da ristrette esigenze di spazio che la carta stampata mi costringe a rispettare, con continui tagli e stringate, quanto sterili sintesi.
6. Raccontare le verità scomode non è mai facile, nemmeno in un’era come la nostra, che si alimenta d’informazione in molteplici modi e in molteplici forme. Uno su tutti è l’esempio di Anna Politkovskaja. Qual è la tua opinione a riguardo? Credi che la voglia di sapere prevarrà sul silenzio imposto?
Si sono spese molte parole su questo caso, e purtroppo di giornalisti che vengono fatti tacere ce ne sono sempre troppi, sia con estreme maniere (tra i reporter senza frontiere si contano decessi sul campo tutti gli anni) sia con “semplici” minacce. Dipendesse dalla voglia di sapere degli utenti non ci sarebbero problemi, anzi: è proprio la voglia di sapere del lettore o dello spettatore a spingere il giornalista a far di tutto per assicurare la divulgazione delle notizie… ma di quali notizie? La domanda vera da farsi è: fino a che punto esisteranno ancora giornalisti disposti a sacrificare persino la propria vita per non tacere, per non sottostare all’imposizione del silenzio? Non saprei, ma lo spirito di sacrificio, il senso del dovere, o meglio, quel che chiamano il fuoco sacro del giornalismo, brucia ancora solo nei cuori di quei pochi giornalisti che sposano la causa dell’informazione per passione e non per notorietà o soldi. Mi sembra di assistere sempre di più a un dilagante desiderio di scandalucci e ricerche di favori politici. Conosco giornalisti (oggi lo diventano quasi solo i laureati e i meno appassionati) che non amano scrivere, altri che vorrebbero trascorrere le giornate in una biblioteca piuttosto che in redazione, molti che non uscirebbero dal loro ufficio neppure per il doppio della paga, altri ancora invece sono frustrati per il fatto di aver dovuto ripiegare sul giornalismo perché non trovavano lavoro come insegnanti…
7. Tornando a “Un gigolo in doppiopetto”, leggiamo che il libro è stato pubblicato da Photo Ma.Ma. Edition, Casa Editrice a cui tu stessa hai dato vita pochi mesi fa. Perché hai scelto non soltanto di autoprodurti, ma anche di intraprendere l’esperienza editoriale?
Alla fine è la stessa cosa: una buona autoproduzione non ha senso senza l’avviamento di una casa editrice, in quanto non si potrebbe immettere il libro sul mercato internazionale. «Un gigolo in doppiopetto», infatti, si trova nel catalogo dei libri in lingua italiana reperibili ovunque, grazie al codice ISBN. Ad ogni modo sono stata portata “forzatamente” ad autoprodurmi. Mi spiego. Inizialmente avevo sottoscritto un interessantissimo contratto di pubblicazione con una casa editrice che, tuttavia, non ha mantenuto la parola data. O meglio: secondo gli accordi, il libro doveva uscire entro febbraio. Basandomi su questo dato io avevo già messo in vendita l’opera per quel mese, raccogliendo le prime ordinazioni dalle librerie della mia regione (avrei pensato io al mercato Svizzero). Tuttavia alla fine di febbraio non avevo ancora visto nemmeno la bozza. Non mi interessavano i motivi per cui si era creato questo ritardo. Quel che interessava a me era non perdere la faccia davanti a chi aveva già prenotato le copie. Così, dopo diverse discussioni, decisi di recidere il contratto. A quel punto mi rimaneva una sola soluzione per riuscire a mantenere la parola data agli acquirenti… In meno di un mese avevo il prodotto in mano.
In ogni caso non è detto che l’attività della casa editrice prosegua anche in futuro…
8. Nella tua biografia si legge che sei anche fotoreporter, perciò mi viene spontaneo domandarti: quanto può raccontare uno scatto al di là delle parole spese per descriverlo?
Per quanto mi riguarda sono assolutamente complementari: uno scatto può riassumere centinaia di parole ma, senza il testo, il lettore – per fare un esempio – non potrà distinguere tutti gli odori, non potrà immaginare la frescura delle folate di vento, e neppure assaporare il pulviscolo della terra arida sollevata e spinta a forza in bocca o negli occhi… Oddio, a volte può anche capitare il contrario: a volte le parti si possono anche invertire…
9. Manuela Mazzi e il legame con la scrittura. Esiste un aneddoto curioso o qualche abitudine scaramantica che ti accompagna nel tuo essere autrice?
Mi piacerebbe rispondere di sì. E dire, ad esempio, che utilizzo sempre la stessa penna per scrivere i miei romanzi. Ma la verità è che non ho abitudini o gesti scaramantici particolari: scrivo ovunque, in qualsiasi momento, in compagnia di chiunque, mentre sto facendo qualsiasi altra cosa… dipende solo da quel che mi viene in mente. Lo faccio da sempre, o almeno da che io mi ricordi…
Per quel che concerne gli aneddoti…sì, ve ne sono diversi ma non necessariamente interessanti. Posso citarne uno però che mi ha lasciato il segno, un ricordo legato al mio secondo libro. Quando dissi al mio caporedattore che stavo scrivendo un nuovo romanzo, invece di esserne felice lui mi “freddò” con un lapidale: «Manuela: tutti scrivono libri. Ti dico semplicemente una cosa: fallo solo se hai qualcosa da dire». Ebbene da quel giorno decisi che ogni volta che mi sarei messa a scrivere un libro prima di iniziare avrei focalizzato ciò che volevo dire… Sembra evidente, ma non lo è. Molti scrivono libri solo per raccontare una storia, spesso quella della loro vita… Io vorrei cercare di metterci un pizzico di qualcosa in più, senza fare prediche, come detto, ma cercando di mandare qualche messaggio, sempre utile soprattutto ai giovani.
10. Sei già impegnata in un nuovo progetto?
Sì. Riallacciandomi a quanto risposto nella precedente domanda, ho deciso proprio di scrivere pensando ai giovani. Così sto dando forma a una dinamica avventura per ragazzi piena di suspense, colpi di scena e tanta vitalità. E… mi sto davvero divertendo!