
La “prostituzione d’élite” non è roba da marciapiede ma da business di agenzie patinate sotto copertura e formalmente legali. Il giro parte dal Canton Ticino e allunga i tentacoli nel milanese e nel comasco: incatena a sé giovani e inconsapevoli accompagnatori dalla bella presenza calamitati nell’incubo di un tunnel malavitoso senza uscita appena al di là della sottile linea bianca delle feste di lusso nelle ville di donne facoltose che si trasformano in pendolare del sesso. La trappola non è poi così scoperta:l’invito può avvenire attraverso un datore di lavoro del proprio ufficio che offre semplicemente una buona occasione per riscattarsi, conoscere bella gente e arrotondare lo stipendio. Ma basta poco per capire che la donna che finge di essere innamorata è la manager di un giro di incontri a pagamento.
Uscire dal vortice è possibile? I fatti dimostrano che, i gigolo mal capitati vengono scaraventati in un circolo di minacce che durano anche anni sotto l’ombra omertosa. Non basta nemmeno qualche colonna sui quotidiani.
Lo sa bene Manuela Mazzi, scrittrice e giornalista ticinese che,nel 2003, dopo aver denunciato la situazione sulle colonne dell’inserto lombardo de Il Giornale, nel suo libro Un Gigolo In Doppiopetto (2007) affronta l’argomento attraverso un reportage narrativo di una storia vera: quella di Max, nome di fantasia per un bravo ragazzo laureato ritrovatosi nei club di incontri attraverso feste importanti tra donne ricche e Mercedes, gigolo a sua insaputa nella veste di autista dal sorriso accondiscendente, poi come amante prigioniero, schiavo di un sistema contro cui alzare la testa spaventa e il manto bianco della cocaina colma gli orgasmi mancati di una “prostituzione d’élite” trasformata nella più lurida fonte di appagamento per ultrasessantenni. Max è stato schiavo del giro dal 1999, da quando aveva 25 anni a quanti ne ha compiuti 30. Lui, timido e secchione, che non aveva più toccato una ragazza dopo Clarissa,il suo primo amore al liceo.
Ma se prima Manuela Mazzi lo ha descritto raccogliendo la sua testimonianza sull’inserto lombardo del quotidiano Il Giornale, nel suo reportage narrativo tutto è reso sotto forma di una narrazione in una ben congeniata descrizione in prima persona sotto forma di confessione in cui la penna della Mazzi, mai come ora cruda e a tratti esplicita, si immerge nei panni di Max e della sua psicologia.
► CHI E’ MANUELA MAZZI
Manuela Mazzi nasce a Locarno (Svizzera) nel 1971.
È giornalista professionista e fotografa, ha scritto per diverse testate della stampa ticinese e ha collaborato in Italia con Il Giornale come corrispondente dalla Svizzera Italiana.
Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento Azione e produce servizi fotografici in veste di free lance.
Oltre a Un Gigolo In Doppiopetto ha pubblicato nel 2005 con la casa editrice Progetto Cultura 2003 il racconto new age L'Angelo Apprendista. Nel 2006 ha realizzato il romanzo-denuncia sulle condizioni dei bambini Nepalesi Un Caffè A Kathmandu.
►INTERVISTA A MANUELA MAZZI
1.Prima di tutto chiariamo il problema della prostituzione sia maschile che femminile in Svizzera. Secondo la legge l’adescamento è vietato. Il fenomeno è dunque soltanto riservato alle figure d’élite degli accompagnatori?In Svizzera la situazione riguarda solo il Ticino con gli annessi ambienti lombardi?
Sì, esatto, l’adescamento è vietato. Ma con questo termine si intende principalmente quello che avviene per le vie cittadine, di modo che non si trovano prostitute sui cigli stradali ad attirare l’attenzione dei passanti a suon di tacchetti a spillo e colpi di minigonne. Tuttavia la prostituzione è un problema pesante come ho spiegato in una nota all’interno del libro: “Di fatto in Ticino il giro a luci rosse non era una novità, tant’è che rientrava tra i quattro business più importanti della Svizzera. L’industria del sesso ticinese contava, già in quel periodo (2003), ben 950 persone impiegate nel circuito, su un totale di 300mila abitanti (3,17 ‰). E basta confrontare un paio di dati per capire la gravità di queste cifre: a Torino si erano registrate nello stesso periodo 700 ragazze su un milione di abitanti (0,07 ‰), mentre erano 800 le prostitute su mezzo milione di bolognesi (1,6 ‰). Per non parlare dell’intera Lombardia che contava, su 9 milioni di persone, tra le 3500 e le 4000 squillo (0,41‰). Anche se, diversamente dall’Italia, in Ticino erano e sono poche le passeggiatrici di strada: infatti l’adescamento in Svizzera è illegale. La prostituzione in Ticino, secondo un rapporto ufficiale del 1999, si svolge nei night club (37 locali per 230 donne), nei bar (44 bar su 504) o negli alberghi, negli appartamenti privati o nei saloni di massaggio (circa 220 indirizzi): oggi la situazione è andata poi peggiorando”.
Un giro che riguarda principalmente la prostituzione di basso livello, caratterizzato da meretrici provenienti dall’est e dal sud america al servizio di tutti, nei locali più tristi…
Mentre il giro riservato alle figure d’élite da me raccontato ne Un gigolo in doppiopetto non rientra nelle statistiche. Ed è proprio la singolarità di quanto emerse intervistando Max, che mi ha spinto a farne un libro… Insomma le prostitute e i gigolo sono sempre esistiti, ma non mi aspettavo di trovarli insediati nell’alta borghesia.
2. Per scrivere Un Gigolo In Doppiopetto hai preso spunto da una tua pista giornalistica. Come sei venuta a conoscenza di Max?
Avevo avuto l’incarico da Il Giornale di scrivere un articolo su questo tema. In realtà doveva emergere una panoramica su una situazione ben diversa: in teoria il fenomeno noto riguardava il pendolarismo dei gigolo, e in particolare dei trans, che dall’Italia oltrepassavano il confine per venire a lavorare in Svizzera. Provai così a intervistare alcuni gigolo rintracciati sui classici annunci giornalistici che si trovano ovunque, ma con pochi riscontri. Avevano tutti paura di parlare. Così mi venne in mente Max, che era una persona a me già nota. Non sapevo bene fino a che punto aveva intrapreso questo tipo di mestiere, ma una volta contattato attraverso un mio conoscente (che nel libro è poi Eros), che lo convinse a raccontarmi tutto, fu una vera rivelazione.
3.Il reportage narrativo per te non è proprio una novità, in fondo anche Un Caffè A Kathmandù lo era. Questa volta però, fai anche ricorso ad un linguaggio più crudo e a volte esplicito,di certo inevitabile per la storia scabrosa di Max. Questo linguaggio è una sorta di “rivincita” o di voluto colpo di scena nei confronti di chi, in passato, ha giudicato naif il tuo stile narrativo?
No, non direi. Credo piuttosto che si trattino semplicemente di libri diversi, più che di stili diversi. Questo reportage non poteva che venir scritto in questo modo: se nei primi due volevo puntare su una scrittura leggera per rendere meno pesante i temi trattati, in quest’ultimo caso, l’intento è stato l’esatto inverso: volevo rendere ai fatti raccontati il vero senso del dramma vissuto per raggiungere lo scopo di denuncia che intendevo produrre con il libro.
4. Pensi che questo stile che hai adoperato qui sarà per te l’inizio di un nuovo modo di narrare o è stata solo una parentesi?
Non saprei, è vero che dopo tre anni potrebbe essere maturata anche la mia scrittura. Quindi potrebbe anche darsi che questo stile segni l’inizio di un nuovo modo di narrare… anche se sono convinta che se domani dovessi scrivere un libro per bambini, sarebbe ben diverso lo stile che adotterei, così come cambierebbe ancora nel caso in cui decidessi di scrivere un vero giallo o un Fantasy puro. Tuttavia è altrettanto certo che se dovessi riscrivere un dramma personale, ritornerei su questo stile.
5. A proposito di stile, il tuo libro è una lunga confessione in prima persona attraverso il personaggio di Max. Psicologicamente, com’è stato per te entrare nei suoi panni attraverso la scrittura?
È stato proprio il lavoro più interessante. La parte più narrata, infatti, riguarda il viaggio interiore del protagonista. Ogni volta che Max mi ha riferito un sentimento con un solo aggettivo, lo stesso è stato trasformato in un paragrafo o addirittura in un capitolo. È stato molto utile questo tipo di lavoro, e di certo in futuro è possibile che mi fermerò a indagare maggiormente su certi aspetti più interiori dei miei personaggi.
6. Quanto tempo hai lavorato alla realizzazione di Un Gigolo In Doppiopetto?
La prima stesura è stata fatta in poco tempo, poco più di tre mesetti, ma lavorando solo ovviamente nel mio tempo libero, che non e poi così tanto, considerando i sabati, le domeniche e le serate settimanali… Però poi è stato molto rimaneggiato durante l’editing. Prima di fornire i capitoli da riverificare, infatti, ho aggiunto tante di quelle pagine che a ripensarci dalla prima stesura è ormai irriconoscibile. E per questo lavoro ho riinvestito qualche settimana…
7. Durante la stesura, hai mai più visto Max? Ti ha mai dato consigli per il tuo libro?
No. Mai più rivisto o sentito. In effetti quando mi misi in testa di fare questo libro chiesi a Max se era d’accordo di farlo insieme. Inizialmente acconsentì: doveva diventare un libro scritto a quattro mani. Ma a mente fredda ci ripensò. Infatti per diversi mesi cercai di ricontattarlo, ma lui non si faceva mai trovare, fin quando un bel giorno rispose confidandomi però che non se la sentiva di rimettersi in gioco, che il libro potevo scriverlo, ma che lui non avrebbe collaborato, anche perché non se la sentiva di ripensarci, e inoltre era convinto che mi aveva già raccontato fin troppo, tanto che poteva bastarmi per scriverci un libro. E in fondo aveva ragione…
8. A quanto vedo, questo tuo terzo lavoro è firmato Photo Ma.Ma edition, un libro autoprodotto quindi?
Già… o meglio prodotto dalla mia nuova piccolissima casa editrice creata di proposito! A dire il vero con qualche collega si era già parlato di crearne una qui in Ticino… ma ancora non era andata in porto quest’idea. Quando mi sono ritrovata con la recisione del contratto di pubblicazione che avevo stipulato con una casa editrice, che per quanto mi riguarda non corrispondeva a quanto credevo, e alcune copie del libro già ordinate dalle librerie, mi sono vista costretta a correre subito ai ripari inventandomi, appunto, una casa editrice che nel giro di un paio di mesi ha visto venire alla luce questo primo libro.
9. E ora hai già una nuova storia da raccontare?
Una?... Ne ho parecchie. Dovrei solo decidermi su quale chinarmi. Di pronto però non ho più nulla. Quindi presumo che mi prenderò almeno un anno sabbatico, dopo aver sfornato tre libri uno dietro l’altro, ci può anche stare: dico bene?
















