Chi sono

Blogger: mmazzi
Nome: Manuela Mazzi


Chi sono?

Di certo non sono più adolescente, anche se ad alcuni piace definirmi naif. Sono invece una giornalista, ma non di quelle che diventano famose: non ho intenzione di scendere a certi compromessi. Tuttavia ho intenzione di lottare per continuare a scrivere, a esprimere ciò che ho dentro, a spiegare e raccontare quanto mi va di dire. Ecco il motivo per cui ho deciso di iniziare a scrivere libri... sia mai che in questo modo io riesca finalmente a "parlare al mondo" senza censure di sorta. Il mio nome è Manuela Mazzi.

A metà maggio 2005 è uscito il mio primissimo libro intitolato "L'angelo apprendista", mentre a metà maggio 2006 è stato pubblicato il romanzo "Un caffè a Kathmandu". L'ultimo nato è invece "Un gigolo in doppiopetto" uscito a inizio aprile 2007.

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Disclaimer

A chiunque dubitasse che i miei blog siano solo pubblicità allo stato puro devo dare una delusione. Dopo il terzo blog, ergo dopo tre libri, ovvero dopo tre anni, ho imparato che i blog non mi servono per vendere libri, non di certo sfruttando la blogosfera. Pensassi l’opposto sarei folle, oppure li avrei già chiusi... Per fare un esempio potrei accennare alle vendite: de “Un gigolo in doppiopetto”, ne ho regalati una decina ad amici blogger, ma NESSUNO me lo ha, finora (21.09.07), ordinato... forse due lo hanno fatto su IBS, siccome la libreria on-line me li ha richiesti... ma per il resto. Lo stesso è valso per gli altri due... se ne ho venduti 5 o 6 in totale ad amici blogger (ai quali poi ho regalato quest’ultimo) posso dirmi ottimista nelle stime. State pure tranquilli i blog a me servono solo come sito gratuito per, anzitutto, essere presente in rete e poi per tenere il diario di queste mie avventure editoriali, altrimenti non lo farei: non sarebbe gratificante farlo su un word. In altre parole sono dei contenitori dell’esperienza libro, e di tutte le informazioni che lo riguardano: così, quando escono articoli sui giornali (quelli, sì, sono pubblicità allo stato puro, anche se a volte qualcuno mi dedica una recensione) i lettori possono trovare “maggior informazioni” attraverso i miei link... Tutto qui. E spero che sia sufficiente.
«Un gigolo
in doppiopetto»

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Chi desidera informazioni in merito al contenuto de "L'angelo apprendista", è pregato di consultare il sito:
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angeloapprendista. splinder.com

oppure di prendere contatto direttamente con me via e-mail: Grazie!
E-mail:
angeloapprendista @tiomail.ch
uncaffeakathmandu @tiomail.ch

 

ISBN: 88-89243-31-7


Per la Svizzera: formulario per L'angelo apprendista

Per l'Italia:



In vendita da metà maggio 2006 anche il libro intitolato “Un caffè a Kathmandu”, uscito nella collana "Un libro in aiuto" per le edizioni Progetto Cultura 2003, Roma e già descritto come “un viaggio nel viaggio” dall’attivista fiorentino, Sauro Somigli, che ne ha curato la prefazione. Di fatto, si tratta di un romanzo denuncia che mira a sensibilizzare i lettori sul tema dei bambini di strada nepalesi. Un libro a tinte giallo/rosa. Non solo. Abbinato alla pubblicazione è un progetto di solidarietà: il 50 % del prezzo di copertina di ogni libro venduto sarà devoluto alla Onlus Apeiron con sede a Kathmandu (http://www.apeiron-aid.org/), che opera per difendere i diritti umani minimi di bambini, donne e uomini.

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100

ISBN: 88-89243-95-3

Per la Svizzera:

formulario per Un caffè a Kathmandu

Per l'Italia:



A inizio aprile 2007 è uscito il mio terzo libro intitolato "Un gigolo in doppiopetto". La confessione-denuncia di un giovane gigolo ticinese al servizio di donne attempate della società bene lombarda, comasca e ticinese in una storia vera. Dalla recensione di Salvatore Feo su TicinoOnLine: "In un libro le scandalose rivelazioni di un gigolo. Trema l'alta borghesia ticinese. Agenzie che reclutano giovanotti e ragazze. Festini a base di cocaina e sesso in ville ticinesi. Coinvolti avvocati, medici e politici. È il mondo di "Un gigolo in doppiopetto" il libro denuncia che mette in luce uno sconosciuto sottobosco ticinese".

 

ISBN: 978-88-902810-0-6

Chi desidera acquistare il libro "Un gigolo in doppiopetto" - dalla Svizzera - è invitato a scaricare il seguente formulario:

formulario per Un caffè a Kathmandu

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ss@tiomail.ch

photomamaedition
@hotmail.com

Dall'Italia:




domenica, 01 giugno 2008

Intevista su Liberi di Scrivere

Un grazie di cuore al blog LiberiDiScrivere per l'intervista che ora mi permetto di riportare qui di seguito...


 

:: Intervista manuela mazzi  

per Liberidiscrivere

 

  1. ManuepiccoliGiornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con "Il Giornale" di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento "Azione" e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d'esordio è stato "L'angelo apprendista" (2005), quindi ha pubblicato "Un caffè a Kathmandu" (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è "Un gigolo in doppiopetto" (2007).

    Com’è nato in te l’amore per la scrittura?
    Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.
    Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?
    A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.
    Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?
    L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.
    Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?
    Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.
    Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?
    Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.
    Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?
    Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.
    Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?
    Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.
    Che libro stai leggendo al momento?
    Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e... mi sembrano tutti, forse.
    Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
    Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.
    Cosa pensi del filone New Age?
    In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi...
    ApeironlogoParlami dell’associazione Apeiron.
    È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.
    Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?
    Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi...
    Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?
    Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere... Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.
    Hai lavorato come fotografa per la rivista "Il nostro paese" della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?
    Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.
    schizzosenzacaffettieraHai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?
    Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.
    Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano "Il Giornale", un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?
    In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.
    Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?
    Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada... Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.
    Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?
    In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.
    Kathmandu1Quali sono i tuoi maestri letterari?
    Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.
    In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?
    Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.
    Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero... allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?
    Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?
    Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.
    Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?
    Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.
    Hai un agente letterario? No, mai avuto.
    Stai lavorando a qualche nuovo libro?
    Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è... in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.
    Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente... è bello condividere una passione comune.
    Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?
    Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo...
    L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?
    Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso... Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa... In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due... Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.
    I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?
    Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna... ma una traduzione costa troppo.
    Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?
    Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.
    Sito personale dell'autrice: http://photo-mama.splinder.com/

 

postato da: mmazzi alle ore 20:54 | link | commenti (1)
categorie: f interviste
martedì, 15 gennaio 2008

Un gigolo in Pausa Caffè nel Salotto Letterario

Un grazie di cuore a Luca Artioli (collega di blog: scrivere è un tic)
per l'intervista che mi ha fatto e poi pubblicato
sul sito "
Salotto Letterario" nella sua rubrica "Pausa Caffè"

Pausa Caffè con Manuela Mazzi

Manuela Mazzi è nata a Locarno (Svizzera) nel 1971. Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con "Il Giornale" di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento "Azione" e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d'esordio è stato "L'angelo apprendista" (2005), quindi ha pubblicato "Un caffè a Kathmandu" (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è "Un gigolo in doppiopetto" (2007).


1. Ciao Manuela, cominciamo innanzitutto a parlare del tuo ultimo libro “Un gigolo in doppiopetto”, dove affronti un tema sociale non certo facile. Ci vorresti accennare brevemente la trama?

In breve il protagonista del mio ultimo romanzo – o meglio, reportage narrativo in quanto ripercorre una storia realmente accaduta – è un gigolo ticinese, che denuncia una losca attività ammettendo di essere stato al servizio di signore attempate della società bene della Lombardia, per conto di un’agenzia illegale di accompagnatori, che ha sede in Svizzera.
È quindi la confessione a presa diretta e raccontata in prima persona da questo giovane ambizioso, che si è trovato a vivere due anni di degrado di sé, attraverso un viaggio nel miraggio di valori distorti, della bella vita, di soldi facili, ma anche di prostituzione e droga.
Quel che è certo, e tengo a sottolinearlo, è che “Un gigolo in doppiopetto” non è il diario di un ragazzo che racconta le sue avventure sessuali. Insomma non c’entra nulla con uno dei diversi diari erotici già in vendita… anche se pure “Un gigolo in doppiopetto” riporta scene “scabrose” tanto da essere riservato preferibilmente a un pubblico adulto. Ma chi è in cerca di un libretto erotico rimarrà deluso: è una storia vera e cruda che racconta di perdita di dignità e del tentativo di recuperarla.

2. Come è stato mettersi nei panni di Max, il protagonista della storia, e rivivere in prima persona la sua disavventura attraverso le pagine del libro?

Non è stato facile. Soprattutto per il fatto di doversi immedesimare in un uomo: non è così semplice per una donna. Mentre il ripercorrere tutto il tragitto cercando di analizzare i lati più oscuri del personaggio da un punto di vista introspettivo è stato il lavoro più bello e intrigante di questo romanzo.


3. Il grande autore americano Don DeLillo scrive: “il bello della vita è che c’è sempre una seconda opportunità…”. È ciò che ci può insegnare un’esperienza come quella raccontata in “Un gigolo in doppiopetto?”

È di certo una delle morali (se proprio vogliamo trovarne una) che si possono attribuire al testo. Anche se preferirei vederlo – a questo proposito – piuttosto come un monito volto a scoraggiare il giovane in cerca di successo a tutti i costi. Tuttavia la mia intenzione voleva essere più che altro quella di scoperchiare una verità troppo spesso non gradita dalla natura omertosa di chi non vuole accettare certe realtà, soprattutto se toccano ambienti altolocati; e non fare una predica, a nessuno...

4. Qual è stata la cassa di risonanza e la reazione che il tuo libro ha saputo suscitare tra gli abitanti del Canton Ticino (e non solo)?

È stato formidabile, soprattutto dopo l’esperienza dei primi due libri che, sebbene avessero avuto il loro riscontro non suscitarono certo tanto interesse. In Ticino, infatti, è stato da subito un boom. Sembravano spinti da una forte curiosità: molti poi mi contattarono per cercare di capire di chi si trattasse, inviti a cena per sondare, telefonate da amici che non sentivo da una vita, e inizialmente tutto grazie a un solo articolo apparso su TicinoOnline, di cui la redazione mi fece sapere che era schizzato in poche ore tra quelli più letti negli ultimi mesi. Così – soprattutto nei primi tempi – quando rientravo alla sera non facevo altro che preparare libri e fatture da portare poi nelle librerie o da spedire a coloro che me li ordinavano via internet. Poco dopo mi ritrovai – navigando per caso nel sito della rete televisiva nazionale – a consultare la lista dei tredici libri più venduti nella Svizzera di lingua italiana, dove con sorpresa c’era anche il mio libro. Ho ricevuto molti complimenti che lasciavano ben sperare in qualche altra recensione di media più “tradizionali”: come quotidiani, radio, tv. Invece con altrettanta mia sorpresa molti miei “colleghi” mi snobbarono: chissà magari a qualcuno questo libro potrebbe aver dato fastidio...

Fuori Ticino invece non è andata così bene, anzi non è proprio andata. E forse per colpa mia. Nel senso che probabilmente concentrandomi troppo sulla mia regione non ho divulgato la notizia dell’uscita del libro in modo sufficiente, anzi. Direi che ho iniziato a inviare qualche copia a un paio di quotidiani italiani solo un mesetto fa… Considerato poi il fatto che non ho contatti in Italia mi riesce ancor più difficile muovermi… Per questo la presente intervista mi fa molto piacere e spero che l’argomento possa interessare a qualche lettore, che a sua volta mi aiuti a divulgare l’esistenza del libro con il tradizionale passa-parola.


5. Hai il pregio di portare avanti un genere letterario di nicchia, come quello del reportage narrativo, trovando sempre spazio e coraggio per la denuncia (ricordiamo, infatti, anche “Un caffè a Kathmandu”). Quanto incide il tuo lavoro di giornalista in questa scelta?

Basti sapere che spesso dico di essere affetta da una grave deformazione professionale… A dirla tutta, scrivere libri mi serve anche per esprimere i pensieri censurati o castrati da ristrette esigenze di spazio che la carta stampata mi costringe a rispettare, con continui tagli e stringate, quanto sterili sintesi.

6. Raccontare le verità scomode non è mai facile, nemmeno in un’era come la nostra, che si alimenta d’informazione in molteplici modi e in molteplici forme. Uno su tutti è l’esempio di Anna Politkovskaja. Qual è la tua opinione a riguardo? Credi che la voglia di sapere prevarrà sul silenzio imposto?

Si sono spese molte parole su questo caso, e purtroppo di giornalisti che vengono fatti tacere ce ne sono sempre troppi, sia con estreme maniere (tra i reporter senza frontiere si contano decessi sul campo tutti gli anni) sia con “semplici” minacce. Dipendesse dalla voglia di sapere degli utenti non ci sarebbero problemi, anzi: è proprio la voglia di sapere del lettore o dello spettatore a spingere il giornalista a far di tutto per assicurare la divulgazione delle notizie… ma di quali notizie? La domanda vera da farsi è: fino a che punto esisteranno ancora giornalisti disposti a sacrificare persino la propria vita per non tacere, per non sottostare all’imposizione del silenzio? Non saprei, ma lo spirito di sacrificio, il senso del dovere, o meglio, quel che chiamano il fuoco sacro del giornalismo, brucia ancora solo nei cuori di quei pochi giornalisti che sposano la causa dell’informazione per passione e non per notorietà o soldi. Mi sembra di assistere sempre di più a un dilagante desiderio di scandalucci e ricerche di favori politici. Conosco giornalisti (oggi lo diventano quasi solo i laureati e i meno appassionati) che non amano scrivere, altri che vorrebbero trascorrere le giornate in una biblioteca piuttosto che in redazione, molti che non uscirebbero dal loro ufficio neppure per il doppio della paga, altri ancora invece sono frustrati per il fatto di aver dovuto ripiegare sul giornalismo perché non trovavano lavoro come insegnanti…

7.
Tornando a “Un gigolo in doppiopetto”, leggiamo che il libro è stato pubblicato da Photo Ma.Ma. Edition, Casa Editrice a cui tu stessa hai dato vita pochi mesi fa. Perché hai scelto non soltanto di autoprodurti, ma anche di intraprendere l’esperienza editoriale?

Alla fine è la stessa cosa: una buona autoproduzione non ha senso senza l’avviamento di una casa editrice, in quanto non si potrebbe immettere il libro sul mercato internazionale. «Un gigolo in doppiopetto», infatti, si trova nel catalogo dei libri in lingua italiana reperibili ovunque, grazie al codice ISBN. Ad ogni modo sono stata portata “forzatamente” ad autoprodurmi. Mi spiego. Inizialmente avevo sottoscritto un interessantissimo contratto di pubblicazione con una casa editrice che, tuttavia, non ha mantenuto la parola data. O meglio: secondo gli accordi, il libro doveva uscire entro febbraio. Basandomi su questo dato io avevo già messo in vendita l’opera per quel mese, raccogliendo le prime ordinazioni dalle librerie della mia regione (avrei pensato io al mercato Svizzero). Tuttavia alla fine di febbraio non avevo ancora visto nemmeno la bozza. Non mi interessavano i motivi per cui si era creato questo ritardo. Quel che interessava a me era non perdere la faccia davanti a chi aveva già prenotato le copie. Così, dopo diverse discussioni, decisi di recidere il contratto. A quel punto mi rimaneva una sola soluzione per riuscire a mantenere la parola data agli acquirenti… In meno di un mese avevo il prodotto in mano.
In ogni caso non è detto che l’attività della casa editrice prosegua anche in futuro…

8. Nella tua biografia si legge che sei anche fotoreporter, perciò mi viene spontaneo domandarti: quanto può raccontare uno scatto al di là delle parole spese per descriverlo?

Per quanto mi riguarda sono assolutamente complementari: uno scatto può riassumere centinaia di parole ma, senza il testo, il lettore – per fare un esempio – non potrà distinguere tutti gli odori, non potrà immaginare la frescura delle folate di vento, e neppure assaporare il pulviscolo della terra arida sollevata e spinta a forza in bocca o negli occhi… Oddio, a volte può anche capitare il contrario: a volte le parti si possono anche invertire…

9. Manuela Mazzi e il legame con la scrittura. Esiste un aneddoto curioso o qualche abitudine scaramantica che ti accompagna nel tuo essere autrice?

Mi piacerebbe rispondere di sì. E dire, ad esempio, che utilizzo sempre la stessa penna per scrivere i miei romanzi. Ma la verità è che non ho abitudini o gesti scaramantici particolari: scrivo ovunque, in qualsiasi momento, in compagnia di chiunque, mentre sto facendo qualsiasi altra cosa… dipende solo da quel che mi viene in mente. Lo faccio da sempre, o almeno da che io mi ricordi…
Per quel che concerne gli aneddoti…sì, ve ne sono diversi ma non necessariamente interessanti. Posso citarne uno però che mi ha lasciato il segno, un ricordo legato al mio secondo libro. Quando dissi al mio caporedattore che stavo scrivendo un nuovo romanzo, invece di esserne felice lui mi “freddò” con un lapidale: «Manuela: tutti scrivono libri. Ti dico semplicemente una cosa: fallo solo se hai qualcosa da dire». Ebbene da quel giorno decisi che ogni volta che mi sarei messa a scrivere un libro prima di iniziare avrei focalizzato ciò che volevo dire… Sembra evidente, ma non lo è. Molti scrivono libri solo per raccontare una storia, spesso quella della loro vita… Io vorrei cercare di metterci un pizzico di qualcosa in più, senza fare prediche, come detto, ma cercando di mandare qualche messaggio, sempre utile soprattutto ai giovani.

10.
Sei già impegnata in un nuovo progetto?

Sì. Riallacciandomi a quanto risposto nella precedente domanda, ho deciso proprio di scrivere pensando ai giovani. Così sto dando forma a una dinamica avventura per ragazzi piena di suspense, colpi di scena e tanta vitalità. E… mi sto davvero divertendo!

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categorie: f interviste
martedì, 27 novembre 2007

Grazie a Radio Città Futura 97.7 Roma

D’accordo! Lo ammetto: sono stata una vera stupida. I tanti vari impegni di questi giorni mi hanno oltre che stancata anche distratta… A tal punto che, quando i giornalisti della redazione di Radio Città Futura mi hanno contattata (e li ringrazio molto), mi sono completamente dimenticata di segnalare la trasmissione in anticipo sul blog.

 


Così, ieri sera sono stata una degli ospiti in collegamento telefonico (in diretta) della trasmissione “Futura” di Patrizia De Rossi. Un programma fisso che va in onda tutti i giorni (salvo il finesettimana) dalle 23 all’una. In pratica la conduttrice, prendendo spunto da una notizia reale, affronta ogni notte un tema diverso: ieri la notizia riguardava gli “Escort: uomini per donne in carriera”, un trend che sta spopolando in Inghilterra grazie ad alcune agenzie organizzate. Da qui l’allacciamento al mio libro… Un gigolo in doppiopetto !

Personalmente sarò rimasta in onda una ventina di minuti. In ogni caso sono stata contenta di essermi potuta sintonizzare via Internet così da ascoltare l’intera trasmissione che è stata davvero interessante. Mi complimento con Patrizia, ringraziando la redazione di Radio Città Futura di Roma.

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categorie: f interviste
martedì, 13 novembre 2007

Un gigolo su Delirio.NET

Ringrazio Eliselle per l'intervista e per la pubblicazione della stessa sul sito Delirio.NET dove vi invito a farci una capatina per leggere anche tutte le altre segnalazioni-interviste.

 
Un gigolo in doppiopetto

Max, un giovane ex gigolo ticinese, si racconta: la sua ambizione a far parte della società "che conta", l'ingaggio da parte di un'agenzia di accompagnatori per signore della società bene lombarda, comasca e ticinese in cerca di discrete distrazioni a pagamento, il sesso facile, la prostituzione, la droga. Due anni di degrado di sé. Una storia vera, un viaggio nel miraggio di valori distorti, soldi facili e "bella vita", in nome dei quali è sin troppo facile incominciare a vendersi, complice un'altrettanto triste "richiesta di mercato", ma non è altrettanto scontata la facilità ad uscirne. Manuela Mazzi ha raccolto la confessione-denuncia di Max e l’ha trasformata in un reportage narrativo. Ne parla a Delirio.NET.

Delirio.NET : Perché hai sentito l'esigenza di scrivere questo libro, e quanto tempo hai dedicato alla sua stesura?

M.M.: Principalmente per deformazione professionale. Desideravo rispolverare l’articolo pubblicato sul quotidiano italiano “Il Giornale”, poiché nel territorio ticinese la “notizia” a suo tempo non fu ripresa e men che meno diffusa. Quindi lo stimolo derivò dalla voglia di comunicare e “svelare” una realtà coperta da omertà, anche e proprio, laddove la storia era ambientata. Riscrivere un articolo non sarebbe stato possibile: come si dice nell’ambiente, era ormai bruciato. Da qui l’idea di creare un libro in cui avrei potuto persino completare l’articolo con determinati aneddoti e dettagli che per motivi di spazio e limiti di decenza non avevo potuto scrivere. La prima stesura del libro mi impegnò circa per tre mesi (ovviamente solo di tempo libero). In seguito – prima della pubblicazione – ripresi il manoscritto in mano per un mese. Quindi direi che il tempo totale si aggira attorno ai 4 mesi di tempo perso.

Delirio.NET : Non un libro erotico, bensì il disvelamento di una realtà: non un romanzo, ma un reportage narrativo. Cos'è stato cambiato, e cosa è rimasto intatto della storia reale?

M.M.: La traccia di base – quella che si può rileggere anche sulle ultime pagine riservate alla riproduzione dell’articolo – è ovviamente tutta reale. Di romanzato ci sono alcune “scenografie”. Come la descrizione nei dettagli della Villa, che sebbene esista con tanto di piscina – non avendola mai vista davvero – è stata descritta dalla mia fantasia così come le parole di “Max” me l’hanno fatta immaginare. Lo stesso vale per altri dettagli. Pure l’aspetto e il carattere degli altri personaggi sono stati arricchiti dalla mia penna: ma senza esagerare, in quanto Max non me li aveva descritti troppo nei particolari, per evitare di fornire un identikit riconoscibile. L’unico vero passaggio del libro “inventato” è la fuga di Max a Milano. In realtà è solo una metafora di un viaggio nelle viscere dei suoi pensieri: in quel capitolo Max prende una decisione importante, per questo ho voluto dedicargli uno spazio tutto suo. E la metafora, leggendo il testo, dovrebbe essere molto intuibile dal lettore senza doverla spiegare ora.

Delirio.NET : Perché il libro, pur avendo successo tra i lettori, è stato snobbato dai media principali?

M.M.: Chissà… Qualche collega mi ha detto tra i denti: “Manuela, dovevi mettere in conto anche un po’ di invidia…” Non so. Non credo. Penso piuttosto che a qualcuno possa aver dato fastidio: e con qualcuno intendo persone dell’alta borghesia, coloro che detengono il potere (non solo politico ed economico, ma anche dei media) e che io cito nel libro, gettando un po’ di fango sul prezioso velo dorato che ricopre il loro mondo. Il fatto poi che il reportage abbia riscosso da subito un forte interesse non deve aver aiutato ad ammorbidirli. Fortunatamente i media “minori” mi hanno però dedicato parecchio spazio…

Titolo: Un gigolo in doppiopetto
Autore: Manuela Mazzi
Anno: 2007
Editore: Photo Ma.Ma.
Prezzo: 12 euro
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categorie: f interviste
sabato, 13 ottobre 2007

Manuela nel mondo di Generazione al Femminile

Un grazie grande così a DonnaB, collega che gestisce il blog Generazioni al Femminile che ha pubblicato una mia intervista...

Mi permetto di riportare l'intervista siccome è già uscita
più di 10 giorni or sono

Intervistiamo...
Vi presentiamo qui di seguito l'intervista a Manuela Mazzi, una scrittrice importante e di talento che ha pubblicato più volte con la casa editrice Progetto Cultura. Parleremo del suo essere donna e del suo essere scrittrice, dei suoi successi, delle sue idee e del suo rapporto con la casa editrice...
Insomma... aspettiamo le vostre opinioni, amiche di blog! E intanto, buona lettura…

Definisciti in quanto scrittrice.

Forse è più facile dire che cosa non sono, piuttosto che attribuirmi una definizione: non sono una giallista, non sono un’intellettuale, non sono rinchiusa in un genere unico, e quando scrivo non lo faccio per puro esercizio stilistico, ma per comunicare attraverso una forma che non sia il giornalismo, e che mi dia più spazio per raccontare ciò che voglio. Ecco sono una scrittrice affetta da deformazione professionale, una giornalista a cui piace narrare.

Che rapporto c'è tra te e la casa editrice Edizioni Progetto Cultura 2003?

La Edizioni Progetto Cultura 2003 è stata la casa editrice che mi ha aiutata a esordire pubblicandomi il lungo racconto "L’angelo apprendista". Quindi nutro stima e riconoscenza. Tant’è che anche il mio secondo libro, "Un caffè a Kathmandu" è uscito con loro nella collana "Un libro in aiuto"; una forma di pubblicazione e collaborazione con le onlus che ritengo molto bella e utile da un punto di vista sociale: un’idea azzeccata.

Ti senti più una donna che scrive o una scrittrice al femminile?

Una donna che scrive al femminile. E me ne sono resa conto proprio con l’ultimo lavoro. Nel reportage narrativo "Un gigolo in doppiopetto", infatti, scrivo con la forma dell’Io narrante, che nella fattispecie è però un uomo: ovvero il gigolo protagonista che si racconta nel libro. Ebbene devi sapere che non è proprio sempre facile - attingendo comunque le emozioni dal proprio vissuto per meglio descriverle - parlare e scrivere al maschile, essendo io una scrittrice donna… Ma di positivo, c’è che per la prima volta non confondono il protagonista con la mia persona. Come invece è accaduto con i primi due, in cui la protagonista era appunto una donna…

Cosa si prova a vedere la propria ultima fatica, "Un gigolò in doppiopetto", tra i libri più venduti nella Svizzera Italiana?

È davvero una grande soddisfazione. Un’emozione inebriante. Ma non tanto per la statistica o le vendite… ma per il fatto che viene riconosciuto un qualche merito al libro, foss’anche solo l’interesse che suscita il tema trattato.

Ci racconti com'è stata la gravidanza del tuo primissimo libro, "L'angelo apprendista"? Com'è stato darlo alla luce, e poi alle stampe?

È nato tutto da un sogno, che ha poi determinato l’inizio, il prologo del racconto. E di sogni è composto anche tutto il seguito. Certo, c’ho messo un po’ a trovare il filo conduttore che poteva unire storie e ambienti molto diversi tra loro, ma alla fine sono stata soddisfatta dell’insieme. La ricerca dell’editore è invece stata molto, ma molto più difficile e lunga… ogni volta devo mettere in conto almeno un anno di attesa e risposte negative. Prima dell’offerta di Progetto Cultura, avevo già ricevuto alcune proposte di pubblicazione, ma erano tutte fuori completamente di testa (e oggi, con il senno di poi, posso affermarlo senza problemi).

Fortunatamente, infine, sono incappata nella casa editrice romana, che mi ha accolta con entusiasmo, e di ciò li ringrazio. Il resto è stato un lavoro in simbiosi: io e loro, senza tensioni, con tranquillità, nessuna costrizione, discutendo semmai qualche dettaglio, passo dopo passo, nei termini prestabiliti, alla fine è venuto alla luce… un bel parto.

Se dovessi esprimere un'opinione sulla casa editrice, cosa diresti? E, dalla tua esperienza, a chi consiglieresti di rivolgersi alle Edizioni Progetto Cultura 2003?

La Edizioni Progetto Cultura 2003 è una casa editrice seria e allo stesso tempo molto elastica nel rapporto con i propri autori, ma piccola, e ciò la penalizza sul mercato nazionale: insomma sono bravi e capaci, ma non hanno ancora una grande forza editoriale. E non per demeriti, ma perché questo è il mercato del libro di oggi… Ma è proprio questo che li rende "speciali": nonostante le difficoltà non approfittano degli sprovveduti esordienti, bensì li aiutano a inserirsi nel mondo editoriale.

Insomma Progetto cultura ha un profilo basso e tranquillo. Ma rispetto ad altri editori con cui ho avuto a che fare loro sono, finora, di certo i più corretti, attenti e disponibili.

Per questo li proporrei… anzi li propongo agli esordienti che prendono contatto con me via blog chiedendomi consigli.

Un libro, per te, è un mezzo per viaggiare o un viaggio esso stesso?

Devo davvero scegliere? Per me sono entrambi… In quanto autrice, lo scrivere un libro è una buona giustificazione per farmi un viaggio (ad esempio i prossimi saranno Messico e Brasile, per due libri che ho in testa). Mentre da lettrice, mi lascio sempre condurre verso il viaggio contenuto nel libro. Quindi… Che sia fisico o mentale… l’importante è viaggiare!

Che ne pensi dell'idea della nuova collana, "Generazioni al femminile"?

Credo che sia un’ottima trovata. Sempre più donne si dilettano nello scrivere, e a volte ci riescono pure bene ( ? ) . È uno spazio che sicuramente troverà un buon seguito. E quindi incrocio le dita per questa nuova avventura…

Ora, rispetto al 2005 quando hai scritto "Un caffè a Kathmandu", ti senti cresciuta in quanto scrittrice?

In parte sì, anche se ci sono ancora molte cose che vorrei migliorare (per fortuna), ma credo però di aver fatto dei grandi passi avanti: sia nella stesura sia nell’esperienza post-pubblicazione… Lo dico perché a volte ripensando all’ultimo lavoro non vorrei modificare quasi nulla, mentre se penso a "Un caffè a Kathmandu"… wow… cambierei tantissimo. Ecco il motivo per cui mi sento di dire che comunque qualcosa è cambiato dentro la "scrittrice" che c’è in me.

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sabato, 06 ottobre 2007

Intervista e segnalazione su Liberaeva

Grazie mille a Liberaeva per aver segnalato
"Un gigolo in doppiopetto"
con una breve intervista

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categorie: f segnalazione, f interviste
sabato, 01 settembre 2007

Grazie a Chiara Marra in arte Groundy.Blue

La fantastica Chiara ha colpito ancora... la penna sapiente dell'amica che ho incontrato tre anni or sono on-line mi ha reagalato un'altra emozione: quella di una recensione mista a un'intervista mirata, inserita del suo blog "Spaghi d'autore" e sul sito "Ciaoo" e che io ora vi ripropongo... Grazie mille Chiara.

Un gigolo in doppiopetto - Manuela Mazzi

La “prostituzione d’élite” non è roba da marciapiede ma da business di agenzie patinate sotto copertura  e formalmente legali. Il giro parte dal Canton Ticino e allunga i tentacoli nel milanese e nel comasco: incatena a sé giovani e inconsapevoli accompagnatori dalla bella presenza calamitati nell’incubo di un tunnel malavitoso senza uscita appena al di là della sottile linea bianca delle feste di lusso nelle ville di donne facoltose che si trasformano in pendolare del sesso. La trappola non è poi così scoperta:l’invito può avvenire attraverso un datore di lavoro del proprio ufficio che offre semplicemente una buona occasione per riscattarsi,  conoscere bella gente e arrotondare lo stipendio. Ma basta poco per capire che la donna che finge di essere innamorata è la manager di un giro di incontri a pagamento.  

Uscire dal vortice è possibile? I fatti dimostrano che, i gigolo mal capitati vengono scaraventati in un circolo di minacce che durano anche anni sotto l’ombra omertosa. Non basta nemmeno qualche colonna sui quotidiani.

Lo sa bene Manuela Mazzi, scrittrice e giornalista ticinese che,nel 2003, dopo aver denunciato la situazione sulle colonne dell’inserto lombardo de Il Giornale, nel suo libro Un Gigolo In Doppiopetto (2007) affronta l’argomento attraverso un reportage narrativo di una storia vera: quella di Max, nome di fantasia per un bravo ragazzo laureato ritrovatosi nei club di incontri attraverso feste importanti tra donne ricche e Mercedes, gigolo a sua insaputa nella veste di autista dal sorriso accondiscendente, poi come amante prigioniero, schiavo di un sistema contro cui alzare la testa spaventa e il manto bianco della cocaina colma gli orgasmi mancati di una “prostituzione d’élite” trasformata nella più lurida fonte di  appagamento per ultrasessantenni. Max è stato schiavo del giro dal 1999, da quando aveva 25 anni a quanti ne ha compiuti 30. Lui, timido e secchione, che non aveva più toccato una ragazza dopo Clarissa,il suo primo amore al liceo.  

Ma se prima Manuela Mazzi lo ha descritto raccogliendo la sua testimonianza sull’inserto lombardo del quotidiano Il Giornale, nel suo reportage narrativo tutto è reso sotto forma di una narrazione in una ben congeniata descrizione in prima persona sotto forma di confessione in cui la penna della Mazzi, mai come ora cruda e a tratti esplicita, si immerge nei panni di Max e della sua psicologia.  

► CHI E’ MANUELA MAZZI  

Manuela Mazzi nasce a Locarno (Svizzera) nel 1971.  
È giornalista professionista e fotografa, ha scritto per diverse testate della stampa ticinese e ha collaborato in Italia con Il Giornale come corrispondente dalla Svizzera Italiana.  
Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento Azione e produce servizi fotografici in veste di free lance.  
Oltre a Un Gigolo In Doppiopetto ha pubblicato nel 2005 con la casa editrice Progetto Cultura 2003  il racconto new age L'Angelo Apprendista. Nel 2006 ha realizzato il romanzo-denuncia sulle condizioni dei bambini Nepalesi Un Caffè A Kathmandu.  

►INTERVISTA A MANUELA MAZZI 
 

1.Prima di tutto chiariamo il problema della prostituzione sia maschile che femminile in Svizzera. Secondo la legge l’adescamento è vietato. Il fenomeno è dunque soltanto riservato alle figure d’élite degli accompagnatori?In Svizzera la situazione riguarda solo il Ticino con gli annessi ambienti lombardi?

 
Sì, esatto, l’adescamento è vietato. Ma con questo termine si intende principalmente quello che avviene per le vie cittadine, di modo che non si trovano prostitute sui cigli stradali ad attirare l’attenzione dei passanti a suon di tacchetti a spillo e colpi di minigonne. Tuttavia la prostituzione è un problema pesante come ho spiegato in una nota all’interno del libro: “Di fatto in Ticino il giro a luci rosse non era una novità, tant’è che rientrava tra i quattro business più importanti della Svizzera. L’industria del sesso ticinese contava, già in quel periodo (2003), ben 950 persone impiegate nel circuito, su un totale di 300mila abitanti (3,17 ‰). E basta confrontare un paio di dati per capire la gravità di queste cifre: a Torino si erano registrate nello stesso periodo 700 ragazze su un milione di abitanti (0,07 ‰), mentre erano 800 le prostitute su mezzo milione di bolognesi (1,6 ‰). Per non parlare dell’intera Lombardia che contava, su 9 milioni di persone, tra le 3500 e le 4000 squillo (0,41‰). Anche se, diversamente dall’Italia, in Ticino erano e sono poche le passeggiatrici di strada: infatti l’adescamento in Svizzera è illegale. La prostituzione in Ticino, secondo un rapporto ufficiale del 1999, si svolge nei night club (37 locali per 230 donne), nei bar (44 bar su 504) o negli alberghi, negli appartamenti privati o nei saloni di massaggio (circa 220 indirizzi): oggi la situazione è andata poi peggiorando”.  
Un giro che riguarda principalmente la prostituzione di basso livello, caratterizzato da meretrici provenienti dall’est e dal sud america al servizio di tutti, nei locali più tristi… 
Mentre il giro riservato alle figure d’élite da me raccontato ne Un gigolo in doppiopetto non rientra nelle statistiche. Ed è proprio la singolarità di quanto emerse intervistando Max, che mi ha spinto a farne un libro… Insomma le prostitute e i gigolo sono sempre esistiti, ma non mi aspettavo di trovarli insediati nell’alta borghesia. 
 
2. Per scrivere Un Gigolo In Doppiopetto hai preso spunto da una tua pista giornalistica. Come sei venuta a conoscenza di Max? 

Avevo avuto l’incarico da Il Giornale di scrivere un articolo su questo tema. In realtà doveva emergere una panoramica su una situazione ben diversa: in teoria il fenomeno noto riguardava il pendolarismo dei gigolo, e in particolare dei trans, che dall’Italia oltrepassavano il confine per venire a lavorare in Svizzera. Provai così a intervistare alcuni gigolo rintracciati sui classici annunci giornalistici che si trovano ovunque, ma con pochi riscontri. Avevano tutti paura di parlare. Così mi venne in mente Max, che era una persona a me già nota. Non sapevo bene fino a che punto aveva intrapreso questo tipo di mestiere, ma una volta contattato attraverso un mio conoscente (che nel libro è poi Eros), che lo convinse a raccontarmi tutto, fu una vera rivelazione. 
 
3.Il reportage narrativo per te non è proprio una novità, in fondo anche Un Caffè A Kathmandù lo era. Questa volta però, fai anche ricorso ad un linguaggio più crudo e a volte esplicito,di certo inevitabile per la storia scabrosa di Max. Questo linguaggio è una sorta di “rivincita” o di voluto colpo di scena nei confronti di chi, in passato, ha giudicato naif il tuo stile narrativo? 

No, non direi. Credo piuttosto che si trattino semplicemente di libri diversi, più che di stili diversi. Questo reportage non poteva che venir scritto in questo modo: se nei primi due volevo puntare su una scrittura leggera per rendere meno pesante i temi trattati, in quest’ultimo caso, l’intento è stato l’esatto inverso: volevo rendere ai fatti raccontati il vero senso del dramma vissuto per raggiungere lo scopo di denuncia che intendevo produrre con il libro.  
 
4. Pensi che questo stile che hai adoperato qui sarà per te l’inizio di un nuovo modo di narrare o è stata solo una parentesi?

 
Non saprei, è vero che dopo tre anni potrebbe essere maturata anche la mia scrittura. Quindi potrebbe anche darsi che questo stile segni l’inizio di un nuovo modo di narrare… anche se sono convinta che se domani dovessi scrivere un libro per bambini, sarebbe ben diverso lo stile che adotterei, così come cambierebbe ancora nel caso in cui decidessi di scrivere un vero giallo o un Fantasy puro. Tuttavia è altrettanto certo che se dovessi riscrivere un dramma personale, ritornerei su questo stile. 
 
5. A proposito di stile, il tuo libro è una lunga confessione in prima persona attraverso il personaggio di Max. Psicologicamente, com’è stato per te entrare nei suoi panni attraverso la scrittura?

 
È stato proprio il lavoro più interessante. La parte più narrata, infatti, riguarda il viaggio interiore del protagonista. Ogni volta che Max mi ha riferito un sentimento con un solo aggettivo, lo stesso è stato trasformato in un paragrafo o addirittura in un capitolo. È stato molto utile questo tipo di lavoro, e di certo in futuro è possibile che mi fermerò a indagare maggiormente su certi aspetti più interiori dei miei personaggi. 
 
6. Quanto tempo hai lavorato alla realizzazione di Un Gigolo In Doppiopetto?

 
La prima stesura è stata fatta in poco tempo, poco più di tre mesetti, ma lavorando solo ovviamente nel mio tempo libero, che non e poi così tanto, considerando i sabati, le domeniche e le serate settimanali… Però poi è stato molto rimaneggiato durante l’editing. Prima di fornire i capitoli da riverificare, infatti, ho aggiunto tante di quelle pagine che a ripensarci dalla prima stesura è ormai irriconoscibile. E per questo lavoro ho riinvestito qualche settimana… 
 
7. Durante la stesura, hai mai più visto Max? Ti ha mai dato consigli per il tuo libro?

 
No. Mai più rivisto o sentito. In effetti quando mi misi in testa di fare questo libro chiesi a Max se era d’accordo di farlo insieme. Inizialmente acconsentì: doveva diventare un libro scritto a quattro mani. Ma a mente fredda ci ripensò. Infatti per diversi mesi cercai di ricontattarlo, ma lui non si faceva mai trovare, fin quando un bel giorno rispose confidandomi però che non se la sentiva di rimettersi in gioco, che il libro potevo scriverlo, ma che lui non avrebbe collaborato, anche perché non se la sentiva di ripensarci, e inoltre era convinto che mi aveva già raccontato fin troppo, tanto che poteva bastarmi per scriverci un libro. E in fondo aveva ragione… 
 
8. A quanto vedo, questo tuo terzo lavoro è firmato Photo Ma.Ma edition, un libro autoprodotto quindi?

 
Già… o meglio prodotto dalla mia nuova piccolissima casa editrice creata di proposito! A dire il vero con qualche collega si era già parlato di crearne una qui in Ticino… ma ancora non era andata in porto quest’idea. Quando mi sono ritrovata con la recisione del contratto di pubblicazione che avevo stipulato con una casa editrice, che per quanto mi riguarda non corrispondeva a quanto credevo, e alcune copie del libro già ordinate dalle librerie, mi sono vista costretta a correre subito ai ripari inventandomi, appunto, una casa editrice che nel giro di un paio di mesi ha visto venire alla luce questo primo libro. 
 
9. E ora hai già una nuova storia da raccontare? 

Una?... Ne ho parecchie. Dovrei solo decidermi su quale chinarmi. Di pronto però non ho più nulla. Quindi presumo che mi prenderò almeno un anno sabbatico, dopo aver sfornato tre libri uno dietro l’altro, ci può anche stare: dico bene?

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categorie: f interviste
lunedì, 11 giugno 2007

Video presentazione de Un gigolo in doppiopetto

È con un po’ di coraggio e un po’ di vergogna, man nel contempo con tanta gioia che getto in pasto ai tanti amici blogger il video che TicinoTV ha girato per presentare il mio terzo pupino: “Un gigolo in doppiopetto”. Siate clementi… vi prego… Per vedere il video basta cliccare su una delle immagini:

 

Ecco alcune schermate dell’intervista che mi ha fatto il giornalista di TicinoTV, il simpatico Marco La Morgia di Swisspress 2000.

 

 

 

Tra l'altro il filmato è stato girato all'interno della Libreria Locarnese di Locarno, grazie alla gentil ospitalità del proprietario che ringrazio di cuore.

 

 

 

 


Infine ma non da ultimo eccovi il volantino promozionale di TicinoTv.Com

A qualcuno potrebbe interessare, ne sono certa!

Mi piace sempre ricambiare i favori: grazie ancora.

 

postato da: mmazzi alle ore 15:52 | link | commenti (2)
categorie: f interviste, f presentazione
venerdì, 01 giugno 2007

Grazie AntennaDue

postato da: mmazzi alle ore 17:34 | link | commenti (6)
categorie: f interviste
domenica, 27 maggio 2007

In un libro le scandalose rivelazioni di un gigolo. Trema l'alta borghesia ticinese, ma anche quella milanese

È arrivato il momento di aggiornare per bene il blog dando spazio ai ringraziamenti per i quanti hanno dedicato tempo e ritagliando un posticino, per segnalare e recensire il mio terzo libro.

Andiamo con ordine… post dopo post… iniziando con il contenuto degli articoli o post già citati e partendo dall’articolo pubblicato da